Tuesday, March 27, 2012

Focus On : "Il Trio Dello Scudetto", Batistuta Totti e Montella, As Roma Stagione 2000 2001

Il trio délie meraviglie della stagione 2000-01 è sicuramente statoquello dei campionai d'Italia délia Roma, Totti, Batistuta e Montella, hanno creato un fronte d'attacco micidiale. contre il quale poche difese sono nuscite a salvarsi. La vittoria délia squadra giallorosa, guidata da Fabio Capello, è stata resa possibile innanzitutto dalle giocate dei tre giocatori. Per la stagione 2000-2001 la Roma acquista Gabriel Batistuta, che insieme a Vincenzo Montella e lo stesso Totti formerà il cosiddetto "trio delle meraviglie". In questa stagione, al debutto in casa contro il Bologna, Totti segna e porta la squadra alla vittoria per 2-0, così come in quel di Lecce (0-4, gol su calcio di rigore). Altra gara da ricordare è quella contro l'Udinese, dove Totti segna con un potente sinistro al volo. Segna ancora su calcio di rigore contro il Bari (1-1), pareggiando la partita. Si ripete segnando la sua prima doppietta a San Siro contro il Milan, che però non basta per centrare i tre punti (3-2 rossonero).  Totti conferma il suo momento di forma segnando al Napoli in casa, dove la Roma batterà i partenopei per 3-0. Il 4 febbraio, a termine del girone di andata, la Roma si laureò campione d'inverno con sei punti di vantaggio sulla Juventus e sulla Lazio campione in carica. 

 I giallorossi continuarono la loro marcia anche nel girone di ritorno mantenendo vantaggi sempre rassicuranti sulle due inseguitrici. Alla penultima giornata, Totti va a segno a Napoli e sembra consegnare lo scudetto alla sua Roma, ma a dieci minuti dalla fine gli azzurri pareggiano l'1-2 giallorosso.  A questo punto la Roma, per vincere lo scudetto, deve vincere in casa con il Parma; il 17 giugno 2001, in un Olimpico che registra il tutto esaurito, la squadra di casa s'impone per 3-1 grazie ai gol di Totti, Montella e Batistuta, risultato con il quale si laurea campione d'Italia. Per celebrare la vittoria, accompagnato dall'amico Claudio Amendola, si è fatto tatuare un gladiatore sulla spalla destra. Totti è di nuovo nominato migliore calciatore italiano AIC e viene incluso nella lista dei candidati al Pallone d'oro, classificandosi quinto.

   Il 27 settembre 1976 è la data della nascita di Francesco Totti nella bella famiglia di Enzo, impiegato di banca, e Fiorella, la mamma, sua prima tifosa. La casa è quella di via Vetulonia, a Porta Metronia, zona San Giovanni, dove tra gli altri è nato, diversi anni prima, anche Sergio Cragnotti. Dai tetti dello stabile dove Francesco cresce col fratello maggiore Riccardo si vedono le statue che arricchiscono la cupola della basilica. A nove mesi il "pu-pone" già cammina e, neanche a dirlo, prende a calci una palla di gomma. Ad un anno gli regalano il primo pallone di cuoio. È tutto bianco, con lo stemma della Roma stampato sopra. Francesco lo stringe tra le braccia come l'amico più caro, ci gioca tutto il giorno nei giardini sotto casa, quelli dell'Istituto Manzoni, la notte lo porta a letto con sé. Infanzia serena, quella del futuro gioiello romanista. Allegro e prepotente con i coetanei, timido e introverso coi grandi, capace di lasciarsi andare ad autentiche esplosioni di vivacità, ma anche di chiudersi in lunghi silenxi. L'inverno a Roma, l'estate a Torvajanica, sulla grande spiaggia di sabbia bianca, dove è bello addomesticare per ore il pallone a piedi nudi.

A differenza di altri grandi campioni, il calcio per Totti è un amore precoce. A cinque anni papa Enzo lo porta al campo di Torvajanica, dove si disputa un torneo giovanile. È l'estate del 1981, quella precedente il trionfo dell'Italia ai Mondiali di Spagna. Sul terreno rinsecchito, senza un filo d'erba, non giocano certo Bruno Conti e Paolo Rossi, ma squadre di ra-gazzini assatanati. Tutti più grandi di Francesco di due o tre anni. Ma Enzo insiste perché trovino un posto a quello scricciolo inagrissimo e coi capelli biondo oro. «Provatelo, ci sa fare». Gli danno ascolto, probabilmente, solo per soddisfare le sue smanie di papa. Pochi minuti, per Francesco, nella formazione dei bian-corossi, col numero 4 sulle spalle. «Biondino: giochi qualche minuto e poi vai a farti il bagno, va bene?». Chissà la faccia di Francesco, che il bagno l'aveva già fatto un'ora prima e non aveva la minima intenzione di tornarsene in spiaggia. Più facile, forse, immaginare la faccia dell'allenatore della squadretta e dei suoi compagni, quando lo scricciolo, entrato in campo con la grinta del campione fatto, comincia a toccare il pallone come si fa solo in paradiso e infila due gol da favola. «Biondino: ti va di restare con noi? Se vuoi giochi tutte le partite...». 

 Cominciò così la favola di Francesco. Nel modo più semplice, come capita a chi, talento a parte, non ha neppure la voglia di vivere esperienze troppo chiassose. Dopo quei due primi gol segnati a pochi metri dal mare di Torvajunica, una lunga serie dì prodezze inizialmente sommerse. Quelle nei giardini del Manzoni, come sempre, davanti al portone della casa di vìa Vetulonìa. E poi quelle nella squadra della classe, dalla prima alla quinta elementare: sempre goleador, sempre il più bravo dì tutti. E, intanto, la prima squadra vera. Col nome nobile di uno dei club dai quali nacque la Roma, nel '27: la Fortitudo. Anche questo, forse, è un segno del destino. Il primo allenatore è un signore paziente e capace, dal nome che sembra già suonare la carica: Trillò. Non ha ancora sette anni, Francesco, quando a vederlo si resta a bocca spalancata. Quel ragazzine è ancora un po' gracile, ma ha i piedi e la grinta del fenomeno. Un anno alla For-litudo e lo portano alla Smit Trastevere, altra società dilettantistica romana di nobilissime tradizioni. Ad allenarlo ci sono ora i signori Pergolotti e Paolucci. Francesco gioca da centrocampista. È veloce, fa impazzire qualsiasi avversario con le sue finte, tocca il pallone come nessun altro alla sua età. I tecnici lo seguono con affetto, senza doversi mai sgelare troppo. Oltre che tecnicamente dotatissimo, Francesco non si ferma mai. Gli osservatori delle società più importanti della città cominciano ad affollare i suoi allenamenti, arrivano a frotte nei giorni delle partite ufficiali. 

Un anno alla Smit, ed ecco bussare alla porta di Enzo e Fiorella Totti i dirigenti della Lodigiani, la Juventus del calcio giovanile. Un nome così serio da non poter rispondere di no. Il primo cartellino Francesco lo firma con loro. La vita, intanto, gli scorre addosso con ritmi pacati. Quella dei Totti è una famiglia sana. Mamma Fiorella segue il figlio ovunque, lo accompagna in auto agli allenamenti, resta a rimirarselo a bordo campo, lo riaccompagna a casa. A scuola, al Manzoni, il ragazzo è seguito con comprensione. Nessuno gli chiede mai di sacrificare un'ora di pallone per la fisica o la matematica. Tutti capiscono che "quello lì" è un tipo speciale. E Francesco lo è davvero. Anche quando non si mette in maglietta e calzoncini. A casa, mentre i cugini Angelo e Alfredo si incantano davanti ai cartoni animati, lui si chiude in camera sua col telecomando impugnato come un revolver: tasti schiacciati di continuo a caccia di immagini di calcio. Calcio estero, calcio italiano. Purché sia calcio. Nella Lodigianì lo allena prima Mastro-pasqua, poi Emidio Neroni. È lui il tecnico che più incide sulla sua formazione di giovane fenomeno. 

Quello che gli insegna a soffrire, a stringere i denti, ad accettare qualche colpo proibito senza reagire o protestare troppo vivacemente con l'arbitro. Se nel quartiere gli amici del cuore sono "Bambino" il garagista, Gian-carlo Ceccacci, Giancarlo Pantano e Franco il tappezziere (che ogni giorno pretende di misurarne l'altezza nel timore che non cresca abbastanza), alla Lodigia-ni lega soprattutto con Calano, un ragazzo che ha avuto il papa calciatore nella Roma. Francesco, che è già tifoso perso, si fa raccontare tutto di lui, tra una partita e l'altra. Neroni, intanto, lo sprona in ogni modo. Anche duramente. Totti può segnare pure quattro o cinque gol: l'allenatore gli dice comunque che non lo ha visto bene. A dieci anni, dopo un rimprovero particolarmente aspro, il ragazzo pensa addirittura di mollare. Non sopporta i rimbrotti di quel signore sempre duro, che pare si diverta a smontarlo, a farlo sentire uno come tanti anche dopo una prova straordinaria. Ma la rabbia gli sbollisce in fretta. Il calcio gli piace troppo. E, col tempo, imparerà ad apprezzare anche gli insegnamenti del suo burbero allenatore. Nel frattempo comincia ad affacciarsi all'Olimpico. Da autentico ultra. Lo scortano gli zii e il fratello Riccardo. È la Roma dei difficili anni del dopo-scudetto, quella che va a tifare. La Roma che ha chiuso il ciclo-Liedholm e prova a rilanciarsi prima con Eriksson, per poi tornare tra le braccia sicure del vecchio "Barone". La Roma sempre di Dino Viola, quella che in campo alterna Voeller ad Andrade e Renato, Boniek a Massaro, Giannini a Manfredonia. Totti scopre la Roma, la Roma scopre lui. Da diverso tempo gli 007 giallorossi spiano il campo della Lodìgiani. Che, però, si è già impegnata con i dirigenti della Lazio, i primi a mettere gli occhi addosso al giovanissimo talento. E il generai manager del club, Sagramola, ad avvertire Enzo e Fiorella. C'è la Lazio su Francesco. Ma c'è anche la Roma, che l'ha fatto seguire da Lupi, da Aldo Maldera, da Gildo Giannini, il padre di Peppe, allora responsabile del settore giovanile. C'è da scegliere tra le due maggiori società romane: è un vero e proprio derby per Francesco. Mamma Fiorella neanche vorrebbe parlarne. È romanista da sempre, figlia di un socio vitalizio della Roma, moglie di un giallo-rosso sfegatato. Ma, da madre inappuntabile, chiede al figlio. «Dove vuoi andare, bello di mamma?». «Alla Lazio, mai», la risposta del ragazzine.


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